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D. lgs. 231/01 in due parole
 
Il Decreto “Disciplina della responsabilità amministrativa delle persone giuridiche, delle società e delle associazioni anche prive di personalità giuridiche”, recependo una serie di provvedimenti comunitari ed internazionali, ha introdotto nell’ordinamento giuridico italiano, per la prima volta, una forma di responsabilità diretta degli Enti nell’ipotesi in cui determinati reati siano stati commessi nell’interesse o a vantaggio degli stessi.
 
 
Anche la responsabilità delle persone giuridiche, come accade per le persone fisiche, è retta dal principio di legalità: la punibilità degli Enti ai sensi del D.lgs. 231/01 non è indifferenziatamente connessa alla realizzazione di qualsiasi illecito penale, ma è circoscritta ai c.d. “reati presupposti”, vale a dire le ipotesi criminose specificamente indicate dallo stesso D.lgs. 231/01.
 
 Ad oggi il decreto consta di 25 articoli collegando oltre 130 articoli tra Codice Penale e Codice Civile

Stangata a Credit Suisse
Milano, la stangata a Credit Suisse
la banca patteggia 112 milioni
L’accordo con la Procura e l’Agenzia delle Entrate sulle polizze «Unit linked». Caso inedito: i pm avevano indagato la società (come ente) e mai i manager (come persone)
di Luigi Ferrarella

Non è mai stato usato prima per patteggiare, si chiama articolo 8 della legge 231 del 2001 sulla responsabilità amministrativa delle società per reati commessi dai dipendenti nell’interesse aziendale, dice che la responsabilità dell’ente esiste «anche quando l’autore del reato non é stato identificato o non è imputabile», e da ieri é una nuova frontiera: a seconda dei gusti, o dell’azione della Procura di Milano sui grandi evasori multinazionali (come la saluta chi vi coglie la transizione verso una giustizia «infrastruttura» del Paese), o di un tipo di negoziazione dei grandi contenziosi penaltributari molto «americana», cioè sempre più disintermediata dalle sentenze e anticipata fuori dai processi. Fatto sta che, accompagnato dall’ormai immancabile assegno staccato dalla multinazionale di turno — stavolta il Credit Suisse Ag che si fa confiscare 7,5 milioni di commissioni bancarie come profitto del reato, paga un milione di sanzione pecuniaria, e chiude con altri 104 milioni di euro il contenzioso con l’Agenzia delle Entrate —, ieri debutta l’inedito ricorso all’articolo 8: la banca, una delle prime venti al mondo, benché mai in due anni i pm milanesi abbiano indagato le persone fisiche dei suoi amministratori per riciclaggio nell’interesse dell’azienda, deposita ugualmente in Procura istanza di poter patteggiare, come ente, quel riciclaggio che il pm Gaetano Ruta ravvisava dietro le peculiari caratteristiche di 8 miliardi di euro di polizze «unit linked» accese fra il 2005 e il 2012 da quattromila clienti italiani della banca svizzera.
 
Nel 2014 le perquisizioni della Gdf avevano trovato anche una specie di «bigino» di consigli ai gestori della banca (tipo lasciare a casa il telefonino, cambiare spesso albergo, cancellare l’agenda, fingersi turisti o convegnisti) per non insospettire il Fisco quando incontravano i clienti. Quella di non indagare i vertici, oltre che per complessità di procedibilità (in Svizzera) e di successione temporale, é stata anche una scelta della Procura, finalizzata a creare le condizioni perché la società (i cui amministratori avrebbero affrontato pesanti costi reputazionali se inquisiti) riconoscesse una sorta di «reato d’impresa»: e si assumesse cioè la responsabilità del fatto che la politica aziendale di quelle polizze, identificata ora dai pm come riciclatoria, non fosse riconducibile a questo o quel manager, ma esistesse prima e dopo e persino a prescindere dai singoli, che anzi avrebbero rischiato di fare i capri espiatori se chiamati a risponderne penalmente.
 
Così si é creato l’incastro delle reciproche forze e debolezze tra i pm, il fisco e la banca assistita penalmente dagli avvocati Paola Severino, Elisa Scaroina e Antonio Golino, e fiscalmente dagli studi Tremonti e Clifford Chance. Senza chiedere il processo dei manager (caso Bosch) e nemmeno trattare patteggiamenti di manager indagati (caso Apple), la Procura incamera il risultato di un colosso bancario che ammette riciclaggio. I vertici della banca restano esenti da processi. L’istituto affronta un danno di immagine ma nel contempo lo ridimensiona al pari dell’esborso, più basso delle iniziali pretese dei pm erose dai morsi della prescrizione, che dal 2005 lascia «vivi» solo gli ultimi tre mesi del 2011 e il 2012. E l’Agenzia delle Entrate, come per i 318 milioni di Apple nel 2015, dalla «sponda» con i pm del procuratore Francesco Greco ricava, pronta cassa, 104 milioni.
FONTE: CORRIERE DELLA SERA
21 ottobre 2016 | 20:41
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